Correva l’anno 1747. Il seminarista Giovanni Battista Casti aveva completato gli studi di teologia nel seminario di Montefiascone e aspettava di essere ordinato sacerdote. L’ordinazione gli era necessaria, appartenendo a una modesta famiglia, per la scalata sociale. Era infatti sua ferma ambizione mettere a frutto lo spiccato talento poetico come rimatore e librettista nelle corti europee. L’ordinazione sacerdotale gli avrebbe permesso di farsi strada nonostante la sua natura libertaria e libertina. E i suoi sogni si sarebbero realizzati, poiché, nel 1792, riuscì a essere ingaggiato come poeta cesareo dalla corte di Vienna.
Ma il Vescovo, o per ragioni morali o per la piccola statura del seminarista poeta, rimandava l’ordinazione. In quel tempo di attesa, il Casti usava passeggiare nervoso e meditabondo nel magnifico parco della rocca pontificia di Montefiascone, sempre con un libro in mano o sotto gli occhi. Nello stesso parco uscivano per la passeggiata le giovani e cicalanti converse di un vicino convento di monache. Nell’incrociare l’aspirante sacerdote, le aspiranti monachelle non poterono fare a meno di sfotterlo un po’: “Giambattista, quand’è che il Vescovo si decide a ordinarvi sacerdote?”, “Giambattista, è vero che il Vescovo teme che non arriviate bene all’altare per dire la Messa?” e altre cocenti frasi del genere buttate là ridacchiando e con gli occhi sfuggenti, pieni di femminea birberia.
Il Casti, senza distogliere gli occhi dal suo libro, scolpì l’aria di quel luogo sacro e ameno con una esclamazione lapidaria: “Culi rotti!”. Le converse, come uno stormo di rondinelle scosse dalla vicinanza di un rapace, affrettarono il passo e si dileguarono. Naturalmente la più intraprendente delle converse si precipitò dalla madre superiora a descrivere il fatto a suo modo, omettendo le provocazioni e riferendo con simulata timidezza, per le comprensibili insistenze della superiora, le due pesanti parole dell’abate. La madre superiora si recò doverosamente dal Vescovo perché richiamasse il seminarista, forse sperando che l’episodio avrebbe definitivamente chiuso la strada del sacerdozio a quel piccoletto dalla lingua troppo sciolta. Anche lei, per le comprensibili insistenze del Vescovo, dovette sussurrare, arrossendo, quelle due parole.
Il Vescovo convocò l’inquietante seminarista per rimbrottarlo e informarlo di dover ascrivere il fatto a ulteriore giustificazione della propria titubanza a ordinarlo sacerdote. Il Casti mostrò di cascare dalle nuvole, di non aver nemmeno fatto caso alle converse, tanto era assorto nelle sue meditazioni: “Eccellenza, lei conosce la mia passione per la poesia. A volte mi sfuggono delle espressioni ad alta voce mentre sto cercando la rima”.
Il Vescovo congedò divertito (ma senza mostrarlo) l’arguto seminarista, raccomandandoli di cercare la rima in altro luogo e, comunque, in silenzio.
Il giorno seguente, analoga scena. Il Casti è apparentemente assorto nella lettura del suo libro e la più intraprendente delle converse, tutte fintamente imbarazzate dalla sua presenza, gli fa: “Giambattista, l’avete trovata la rima?”.
E il Casti, senza distogliere gli occhi dal libro: “Culi rotti più di prima!”.