Lei, quando sedevamo accanto
su una panchina a Porta d’Arci,
fingeva di non volere che io
le toccassi il seno; poi,
con un sorriso complice,
mi prendeva la mano e
con essa si accarezzava;
come se fosse lei, a decidere
il come e il quanto del nostro
desiderio. Ed aveva una
specie di trasalimento,
si scopriva nel provare
piacere, e forse pensava
già allora che le carezze
sarebbero durate una
breve estate reatina.
Mi ha detto, dopo tanti
anni, che legge ogni sera
le mie lettere: penso che
lei sia molto sola, adesso:
siamo soli insieme,
senza volerlo.