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Corsivi
   
 
  Non è ver che sia l’accordo il peggior di tutti i mali (replica a Gian Paolo Aceto)
 
di Pier Luigi Leoni

Caro Paolo,

ti rispondo con un corsivo. Il tuo commento a  “Bilancio condiviso e rospi da ingoiare” solleva problemi enormi che non possono essere liquidati con poche battute.

Ciò che sta avvenendo in Orvieto, l’affiancamento di un organo ufficioso alla giunta comunale, ha certamente delle analogie con un colpo di stato. Ma nulla di illegale, perché la legge lascia margini all’inventiva e non è così rigorosa sull’osservanza dei sacrosanti principi della democrazia rappresentativa. Infatti prevede addirittura che, nei comuni fino a 15.000 abitanti, si possano celebrare elezioni con una sola lista. E, quantunque preveda meccanismi perché vi sia una maggioranza e una o più opposizioni, non vieta alle opposizioni di trasformarsi in maggioranza e viceversa; oltre a non vietare che si faccia un solo calderone in cui la distinzione tra maggioranza e opposizione sia soltanto nominale. Vale a dire che il confronto tra maggioranza e opposizione è auspicato ma non imposto. E soprattutto il principio generale che il mandato elettorale non è vincolante, ridimensiona drasticamente il principio rappresentativo.

Comprendo benissimo chi, nella drammatica situazione orvietana, auspica il ricorso al corpo elettorale. E ritengo che i fautori dello scioglimento del consiglio comunale siano molto più numerosi di quanto comunemente si pensi. Ritengo perfino che molti che propugnano la continuazione della consiliatura non siano sinceri, ma aspettino solo di poter  affibbiare agli avversari la responsabilità dell’avvento del commissario prefettizio.

Cerco di spiegarti (e, nel contempo, di spiegare a me stesso) perché preferisco che lo scioglimento del consiglio sia preceduto da un tentativo di governo da parte degli amministratori in carica.

Il commissario prefettizio non potrebbe agire con coraggio e creatività nel risanamento del bilancio  e in altri aspetti del governo cittadino come l’urbanistica, la tutela ambientale, l’assistenza sociale, i lavori pubblici ecc. Anche se avesse tali qualità (che sarebbero singolari in un burocrate) non potrebbe praticarle. La natura della sua funzione e il dettato della legge gli imporrebbero di dichiarare il dissesto con le conseguenze che sono state da me e da altri già illustrate.

Una delle conseguenze sarebbe il licenziamento dei dipendenti comunali precari e la collocazione in mobilità (una specie di prelicenziamento) di una parte dei dipendenti in pianta stabile. In tutto, da quaranta a cinquanta persone. Persone che, fino a prova contraria, sono lavoratori e non farabutti.

La malignità umana, a destra per rabbia e a sinistra per invidia, rende per molti auspicabile una macelleria sociale del genere. Non è il tuo caso e nemmeno di tanti altri che sono ispirati da sentimenti di giustizia e di legalità democratica. Ma circola anche tanta malignità.

T’invito a considerare, caro Paolo, che nove e mezzo su dieci dei dipendenti a rischio sono di sinistra, se è vero, come è vero, che il novantacinque per cento dei dipendenti comunali sono di sinistra. Ciò spiega i sentimenti di rabbia e d’invidia. Ma ciò dimostra anche quanto il corpo elettorale non esprima una presunta saggezza popolare, anzi non sia per niente saggio. Chi ha fatto sì che quasi tutti i dipendenti comunali siano di sinistra? Ovviamente le amministrazioni di sinistra elette e puntualmente confermate da un corpo elettorale incapace di scandalizzarsi per una porcheria del genere, così come di altri  ributtanti porcherie.

Se dunque mi adopero e sostengo chi si adopera per salvare anche quei posti di lavoro, lo faccio perché quei lavoratori, le loro famiglie e tutte le famiglie di questa nostra città mi stanno sinceramente a cuore. Nonostante tutto.

E il corpo elettorale lo lascerei per un po’ a riposare e a riflettere in un democratico riposo. Nella speranza che, dopo aver riposato e riflettuto, non combini altri guai.

Cordialmente.



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02/02/2010



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